La Condanna Del Desiderio

“Non serve a niente viziare l’anima con il bisogno di un desiderio, Si finisce per entrare in un vortice di peccati senza via d’uscita.”

Con l’anima annegata dal Rum, mi alzai dalla poltrona ed andai verso la credenza.
Faceva freddo quella notte, era pieno inverno e malgrado il camino, di quella vecchia baita, ardeva legna da tutto il giorno, l'umidità era pesantemente oppressiva.
Davanti alle ante a vetro di quella vecchia credenza, il desiderio voleva ancora alimentare la mia sbronza e barcollando notai che al suo interno restava niente di meno che una coppia di calici d'argento.
Non cercavo una scusa bella e buona contro il freddo, ma bensì stavo esattamente cercando il presupposto per distrarmi da ciò che poi divenne il massimo declino della mia sanità mentale.
Il fuoco creava un'atmosfera inquieta, con giochi di ombre dei soprammobili e degli animali imbalsamati che nascevano e morivano sulle mura; sembrava una sorta di inferno alimentato dal Rum.
Ero in una totale fase di sbandamento, pensavo alla depressione post sbronza che mi  avrebbe logorato come sempre l'anima. Dovevo inventarmi qualcosa, così, andai alla finestra e nel riflesso i miei occhi parvero quelli di un demone in cerca di vita. Le luci dei lampioni illuminarono le mie pupille e nel frattempo notai una baita di fianco, ricca di persone in festa. Pensai: "quale altro posto migliore può essere bandito con alcool?"
Misi la giacca ed uscii, barcollando, di corsa verso quella che ritenevo, la mia salvezza.
Ci fu un grido, nessuno si aspettava una sorpresa. Avevo dedotto, pensando, che sarebbe stato inutile gridare se avessero aspettato l'arrivo di qualcun'altro. Ero alticcio e con tutto ciò la mia mente, sebbene ridotta a sopportare lo stress alcolico, riusciva a ragionare.
Mi aprì un giovane ragazzo e gli chiesi se avesse dell'alcool. La sua risposta, tuttavia insicura e con l'animo in allerta, era contraria. Mortificandomi, mostrai di me ogni pietà, avevo bisogno di quella dose di 40°. Ricevetti due mandate di serratura nelle orecchie, senza alcuna risposta, neppur negativa.
Umiliato e con i nervi intossicati, non riuscivo a cancellare dalla mente tale mancanza di rispetto. Quelle vene che il freddo restringeva, d'un tratto si gonfiarono e quella sbronza si trasformò in veleno.
Ero avvelenato dal desiderio, come un lupo deriso da una pecora e costretto a piangere ai piedi della sua Luna.
Tornai a casa e dalla cassaforte tirai fuori il fucile, un calibro 12 a canna liscia. Dalla finestra mirai verso quella Baita in festa e con un colpo feci esplodere le cervella di quel latitante di buone azioni. Da lontano vidi il delirio dei suoi simili che gridavano con il volto insanguinato, e di conseguenza, feci esplodere anche le loro vite.
Tornarono quelle poche gocce di alcool al cervello e sfinito mi sedetti sulla poltrona.
L'avevo fatta grossa. Grossa più della cirrosi epatica che avrebbe, se avessi continuato ad avvelenarmi, colpito il mio fegato. Grossa quanto una massa tumorale sulla coscienza che avrebbe condannato la mia vita all'inferno. Tanto grande da condannare venti volte la mia vita ad una morte costante e sicura. Era un peso che non avrei mai potuto digerire, ma nel mio caso il più dannato tra i desideri faceva da padrone ed a condannarmi fu proprio lui. Continuai a bere ed il mio fegato esplose come le cervella di quei ragazzi che sacrificai a morte.

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